lunedì 20 aprile 2015

Ape Regina



Sul clinical come Ape Regina
Il clinical o medical, inteso quale insieme di pratiche Bdsm che comportano l’utilizzo di strumenti, metodi, ruoli e scenari di carattere medico e clinico è una sottocultura Bdsm che in Italia non si è mai veramente sviluppata.
L’ispezione intima, l’introduzione di un catetere, la somministrazione di un clistere, l’inserimento di aghi e tutto ciò che rientra nello spettro del clinical evidentemente attiene ad un immaginario che molte persone pur dichiarandosi amanti del clinical non sono pronte o disposte a sperimentare consapevolmente.
Ritengo queste persone turisti e non viaggiatori dell’universo culturale Bdsm, universo di cui il clinical rappresenta un mondo intrigante e altamente simbolico perché permette di rielaborare in modo erotico e ludico un rapporto socialmente codificato e rigidamente definito come è appunto il rapporto medico/paziente.
Proprio per il carico emotivo e fortemente somatico che lo caratterizza, il clinical prevede necessariamente un codice deontologico che tuttavia, ben pochi cultori sanno rispettare ed apprezzare. Infatti, nel gioco clinical si tratta in primo luogo di conoscere perfettamente l’anatomia, le pratiche e procedure da attuare, oltre che ovviamente di ricorrere a strumenti adatti e sterili, rispettando norme di igiene e sicurezza; in secondo luogo si tratta di possedere la consapevolezza di giocare in modo estremo con il corpo posto in una condizione di assoluta vulnerabilità. Non è dunque sufficiente, per esempio, sapere perforare con aghi i genitali o i capezzoli e conoscere quali parti sono maggiormente vascolarizzate e ricche di terminazioni nervose, bensì, è necessario non perdere mai di vista il significato e l’intensità emotiva che accompagnano tali pratiche.  
Comunque il clinical non si riduce ad un gioco di aghi ma comprende molte altre pratiche: cateterismo, dilatazioni anali e uretrali, clisteri…..
Se è vero che il corpo costituisce il teatro scenico in cui si giocano tutte le pratiche Bdsm, è altrettanto vero che nel clinical il corpo viene violato nel senso di penetrato al suo interno, bucando la pelle che ha il ruolo fisiologico di mediare tra l’organismo e l’ambiente esterno creando quindi un gioco estremo poiché abbatte fisicamente e psicologicamente la barriera difensiva di una persona introducendovi dolore.
Ma il clinical non è solo questo, è più ampiamente condivisione dell’intimità non solo fisica ma psichica: chi domina entra nel corpo del dominato, un corpo che si trova completamente esposto ad uno sguardo che insieme alla nudità cattura l’interiorità. Poiché noi siamo il nostro corpo,  la sua violazione equivale a catturare l’essenza del proprio io interiore. E’ come entrare in una casa ed essere ammessi alla stanza più protetta dove si custodiscono le cose di valore. In altri termini: il dominato consegna al dominante le chiavi del proprio essere e si fa accompagnare nei recessi di sé facendolo entrare dalla porta principale (il corpo).
Il clinical rievoca dunque l’esperienza di una rottura dell’integrità fisica e contemporaneamente, della sua ricomposizione e si tratta di un’esperienza intensa. Per tale ragione, se tutte le pratiche Bdsm richiedono fiducia tra dominante e dominato, il clinical la richiede ai massimi livelli.
Come esperta dominatrice ho sempre amato il clinical per vari motivi: in virtù del totale controllo e senso di controllo che vi posso esercitare, perché padroneggio le regole del gioco, perché sono in grado di gestire lo stato mentale che induce nei sottomessi il camice bianco e di guidare il loro desiderio di affidare completamente il loro corpo a me, indifesi, umiliati, completamente esposti con la loro nudità.
Tuttavia, proprio perché sono un’esperta e seria dominatrice, devo constatare la quasi impossibilità di giocare al clinical in modo soddisfacente e sicuro. In particolare, la mia preparazione tecnica, medica e psicologica rischia di essere sminuita da chi al clinical si avvicina in maniera superficiale non riconoscendone la necessaria complessità e gli elevati livelli di sicurezza e igiene richiesti. Senza contare coloro che si avvicinano a tali pratiche senza la necessaria lucidità e la benché minima informazione.
Inoltre, competenza e preparazione esigono un riconoscimento anche economico che molti cosiddetti amanti del clinical non sono disposti ad onorare banalizzando le prestazioni richieste e l’idea stessa del gioco medico, un gioco nel quale – se ben condotto come lo conduco io – si vive l’intensità della relazione di cura che dovrebbe caratterizzare il rapporto medico/paziente e quindi un gioco che non può essere improvvisato.
La cura stessa degli strumenti medici, il costante rifornimento di materiali garantiti ( e non scaduti), le procedure di sterilizzazione costituiscono un impegno che oggi appare francamente sovrastimato rispetto alla reale utenza del clinical.
Per tali ragioni posso dire che il clinical è ufficialmente malato e, constatato che la mia offerta di cura basata su servizi di qualità non incontra più da tempo ormai una domanda adeguata, ho deciso di chiudere l’ambulatorio clinical approntato nel mio dungeon per dedicarmi ad altre pratiche.
Decidendo di chiudere il mio ambulatorio clinical o stanza bianca, mi sento un po’ come un’ape regina, altera e regale che, passeggiando per l’alveare, è costretta ad abbandonare un’arnia nella quale non si riconosce più e che non avrà più modo di assaggiare i suoi preziosi pungiglioni[1].
Il paragone con l’ape regina mi sembra pertinente in ambito clinical, innanzitutto perché io sono una regina del Bdsm, poi perché è nota l’azione curativa/medica dei prodotti raccolti, trasformati e secreti dalle api, quali: polline, propoli, miele, pappa reale e veleno (apiterapia), così come è noto che per poter beneficiare del veleno dell’ape, questa debba pungere, ed ecco un’associazione anche visiva con le pratiche clinical. Inoltre, in molti popoli dell’antichità l’ape era simbolo regale e le si attribuivano poteri misteriosi, poteri dunque sovrannaturali, come i poteri riconosciuti a re taumaturghi (capaci di compiere prodigi e miracoli)[2] ed a sciamani e stregoni guaritori, le cui conoscenze mediche erano ritenute sacre[3].
L’ape dunque è un simbolo denso di significati[4] e in tale affascinante e regale simbolismo io sono naturalmente l’ape regina: dea e padrona dell’alveare che governo attraverso l’imposizione di una rigida gerarchia e attraverso rituali e giochi di ruolo (non dimentichiamoci i giochi con la cera e le proprietà delle candele con cera d’api). E proprio come un’ape regina – che in genere non lascia mai il suo alveare se non per un volo d’amore – chiudo la cella del clinical proprio perché amo la mia professione di Mistress e non tollero cadute di stile.


[1] Nel mondo cristiano l’ape era spesso un simbolo di Cristo: con il miele e il pungiglione rappresentava misericordia e giustizia.
[2] I re di Francia nel Medioevo erano considerati taumaturghi e forse non è casuale che alcune dinastie regnanti avessero il simbolo dell’ape come simbolo sacro.
[3] Nell’antichità esisteva un nesso inestricabile tra religione e medicina, tra intervento divino e guarigione, tra esercizio della medicina e del sacerdozio anche come conseguenza di una cultura che associava l’idea di salute alla credenza di un premio divino e, viceversa, l’idea di malattia alla credenza di una punizione e un’impurità da espiare.
[4] I Celti le consideravano Messaggere degli Dei, portatrici della conoscenza dell’Altromondo, ciò faceva del miele un alimento sacro e pregiato, ingrediente fondamentale delle bevande rituali come l’idromele. Fra i geroglifici con i quali gli antichi Egiziani si riferivano al faraone, figurava l’ape, come archetipo di una società gerarchizzata e anche per la sua capacità di trasformare il nettare in miele, alimento ritenuto divino, garantendo al tempo stesso la riproduzione dei fiori. Poiché il geroglifico relativo al fiore significava esistere, ne consegue che il faraone-ape rendeva possibile l’esistenza del suo popolo.