domenica 14 giugno 2015

Imago



Mi piace scrivere e condividere pubblicamente i miei pensieri: ho scritto un libro (e potrei anche replicare), sono presente su Facebook e Google + e ho ritrovato il piacere di curare il blog come forma rinnovata di condivisione.
Credo nella forza comunicativa del blog e nella possibilità di costruire un dialogo con chi mi legge, mantenendo un filo conduttore e trasformando un semplice diario in rete in una storia: la mia storia. E cosa succede quando si racconta una storia? Che questa viene anche immaginata.
Ecco quindi collocato l’oggetto della mia riflessione: l’importanza delle immagini e della narrazione di sé attraverso l’immagine.
Da tempo ho rilevato quanto sia maggiore il potere di attrazione di un’immagine rispetto ad un testo: concretamente, ogni volta che posto una fotografia nelle mie pagine social raccolgo un consenso che difficilmente le parole riescono ad attirare. I “mi piace” di Facebook e i commenti in Google + riguardano quasi esclusivamente fotografie e immagini e rappresentano un interessante indicatore del valore della comunicazione visiva.
La comunicazione visiva o iconica[1] è la trasmissione di un messaggio tramite un’immagine che rappresenta in modo metaforico la realtà ed è un tipo di comunicazione particolarmente efficace perché è immediata, emotiva e facilmente memorizzabile.
L’immagine contiene un livello di informazione estetica (forme, colori, uso dello spazio) che attiva una comprensione emotiva legata a fattori psicologici e culturali ed è proprio questa sua aderenza psicologica a renderla un potente strumento di comunicazione.
Non per niente il BDSM è un sistema di rappresentazione del mondo fortemente imperniato sull’immagine e non per niente l’ambiente BDSM richiede un adeguato dress code.
Il dress code infatti, in quanto codice di regole che definisce l'abbigliamento appropriato per eventi tematici o luoghi come club o feste, si rivela un prezioso strumento di comunicazione perché definisce l’insieme dei messaggi che si veicolano attraverso l’abbigliamento; come dire, il dress code fornisce il repertorio dei costumi di scena che rendono possibile interpretare la propria immagine di sé e dell’altro. Il dress code è un linguaggio figurativo che facilita l’allestimento delle proprie emozioni delimitando un dentro e un fuori (tra la realtà quotidiana e le proprie fantasie) e che ci ricorda come l’immagine sia parte integrante del gioco (relazionale e BDSM).
Le persone che frequentano il mio studio hanno la possibilità di sperimentare la qualità teatrale della propria mente che ha bisogno di utilizzare scenari e figure per dare corpo ai propri desideri masochistici; la sessione diventa uno spazio-tempo che allenta le difese e fa affiorare emozioni e sogni e se il contesto immaginato e creato è illusorio, non lo sono certo i processi psichici che si vivono. A questo punto, le persone che sperimentano le proprie fantasie, si trasformano in slaves, ed è l’inizio del gioco di ruolo BDSM, un gioco che io conduco e che restituisce allo slave un’immagine di sé resa possibile dal mettere in scena senza censure certe fantasie ed è la scena, ovvero l’immagine vissuta a catalizzare le emozioni, come se fosse una fotografia emotiva.
Io sono la regista della scena e garantisco pieno controllo e rispetto delle fantasie realizzate nel mio dungeon che si configura come cornice rituale e di gioco dove il corpo assume centralità ed esprime ciò che – almeno durante una sessione – si è sempre voluto essere e dove il gioco permette di abbandonarsi alla finzione sperimentando tutta la propria verità.
Probabilmente la nostra parte più profonda è più simile ad una macchina fotografica che ad un libro: le immagini fissano tracce di noi in modo più diretto e intenso delle parole e contengono una dimensione di fascinazione e di incanto che spiega appunto perché il linguaggio visivo sia più efficace di quello verbale.
Quindi, in virtù del nesso esistente tra immagini ed emozioni[2], credo fortemente nella qualità del setting che posso creare nel mio dungeon: in questo contesto anche immaginativo, io sono in grado di gestire le più svariate fantasie di sottomissione immaginate e concedo al cliente la possibilità di farne finalmente esperienza.
Inoltre, per il potere comunicativo ed evocativo delle immagini, credo sia necessario garantire a chi mi segue pagine social caratterizzate da fotografie di qualità, fotografie che rispecchiano la vocazione propriamente artistica di ogni performance che ambisca alla bellezza.
Desidero comunicare e suscitare emozioni anche attraverso le fotografie e voglio che la mia storia di Mistress sia anche una fotostoria nella quale l’immaginazione sostiene il gioco perché il gioco non è mai banale proprio perché si nutre di realtà e di significati



[1] Dal greco eikon, "immagine".
[2] Negli ultimi decenni si è sviluppata una psicoanalisi dell’arte il cui oggetto di studio è il rapporto tra le immagini e le emozioni o, altrimenti detto, la comunicazione emozionale delle immagini.