giovedì 24 dicembre 2015

Buon Natale

Natale è alle porte e sono pochissimi gli slaves che stanno bussando con i piedi…
Tempo fa ho dedicato un blog al tema dei regali e, più in generale, al tema
dell’omaggio che mi si addice in quanto signora e padrona. Ebbene, dalla penuria di
regali che ho ricevuto, posso dedurre che il blog non sia stato letto o, peggio, che non
sia stato recepito.
A questo punto non mi resta che redarguire chi, inutilmente, si prodiga in promesse di
regali e addirittura di viaggi quando tali promesse non vengono mantenute; chi,
incautamente, si riempie la bocca di buone intenzioni quando tali intenzioni non si
realizzano; chi, impropriamente, mi offre servizi e millanta sorprese e regali in arrivo,
quando sto ancora aspettando.
Rimane ancora parecchio spazio da riempire sotto l’albero che idealmente dedico ai
miei slaves ed a ciò che mi regalano come segno tangibile di un rapporto che si fa
esclusivo anche grazie ai doni di cui esso si nutre.
Se qualcuno è preoccupato di non corrispondere un dono adeguato a me ed al mio
stile, voglio tranquillizzarlo: qualsiasi tipo di regalo è ben accetto e non ha senso farsi
remore sul valore del regalo. Ogni regalo ha un valore se donato con sincerità.
Se poi qualcuno teme di non indovinare le mie misure, è bene precisare che non c’è
proprio nulla da indovinare: le mie misure sono reperibili sul mio sito.
Ho detto pocanzi che sotto l’albero c’è ancora posto: fortunatamente e saggiamente,
qualcuno ha saputo mantenere le promesse e mi ha omaggiato in vari modi (tutti ben
accetti): trucchi, calze, calzature, manufatti bdsm per giocare, cesti natalizi. Questi
doni – decisamente graditi – si rivelano in grado di fortificare il mio legame con gli
slaves, un legame che certo nasce nel gioco e nei suoi simboli, ma che cresce anche
in una dimensione concreta di devozione.
Buon Natale 

domenica 14 giugno 2015

Imago



Mi piace scrivere e condividere pubblicamente i miei pensieri: ho scritto un libro (e potrei anche replicare), sono presente su Facebook e Google + e ho ritrovato il piacere di curare il blog come forma rinnovata di condivisione.
Credo nella forza comunicativa del blog e nella possibilità di costruire un dialogo con chi mi legge, mantenendo un filo conduttore e trasformando un semplice diario in rete in una storia: la mia storia. E cosa succede quando si racconta una storia? Che questa viene anche immaginata.
Ecco quindi collocato l’oggetto della mia riflessione: l’importanza delle immagini e della narrazione di sé attraverso l’immagine.
Da tempo ho rilevato quanto sia maggiore il potere di attrazione di un’immagine rispetto ad un testo: concretamente, ogni volta che posto una fotografia nelle mie pagine social raccolgo un consenso che difficilmente le parole riescono ad attirare. I “mi piace” di Facebook e i commenti in Google + riguardano quasi esclusivamente fotografie e immagini e rappresentano un interessante indicatore del valore della comunicazione visiva.
La comunicazione visiva o iconica[1] è la trasmissione di un messaggio tramite un’immagine che rappresenta in modo metaforico la realtà ed è un tipo di comunicazione particolarmente efficace perché è immediata, emotiva e facilmente memorizzabile.
L’immagine contiene un livello di informazione estetica (forme, colori, uso dello spazio) che attiva una comprensione emotiva legata a fattori psicologici e culturali ed è proprio questa sua aderenza psicologica a renderla un potente strumento di comunicazione.
Non per niente il BDSM è un sistema di rappresentazione del mondo fortemente imperniato sull’immagine e non per niente l’ambiente BDSM richiede un adeguato dress code.
Il dress code infatti, in quanto codice di regole che definisce l'abbigliamento appropriato per eventi tematici o luoghi come club o feste, si rivela un prezioso strumento di comunicazione perché definisce l’insieme dei messaggi che si veicolano attraverso l’abbigliamento; come dire, il dress code fornisce il repertorio dei costumi di scena che rendono possibile interpretare la propria immagine di sé e dell’altro. Il dress code è un linguaggio figurativo che facilita l’allestimento delle proprie emozioni delimitando un dentro e un fuori (tra la realtà quotidiana e le proprie fantasie) e che ci ricorda come l’immagine sia parte integrante del gioco (relazionale e BDSM).
Le persone che frequentano il mio studio hanno la possibilità di sperimentare la qualità teatrale della propria mente che ha bisogno di utilizzare scenari e figure per dare corpo ai propri desideri masochistici; la sessione diventa uno spazio-tempo che allenta le difese e fa affiorare emozioni e sogni e se il contesto immaginato e creato è illusorio, non lo sono certo i processi psichici che si vivono. A questo punto, le persone che sperimentano le proprie fantasie, si trasformano in slaves, ed è l’inizio del gioco di ruolo BDSM, un gioco che io conduco e che restituisce allo slave un’immagine di sé resa possibile dal mettere in scena senza censure certe fantasie ed è la scena, ovvero l’immagine vissuta a catalizzare le emozioni, come se fosse una fotografia emotiva.
Io sono la regista della scena e garantisco pieno controllo e rispetto delle fantasie realizzate nel mio dungeon che si configura come cornice rituale e di gioco dove il corpo assume centralità ed esprime ciò che – almeno durante una sessione – si è sempre voluto essere e dove il gioco permette di abbandonarsi alla finzione sperimentando tutta la propria verità.
Probabilmente la nostra parte più profonda è più simile ad una macchina fotografica che ad un libro: le immagini fissano tracce di noi in modo più diretto e intenso delle parole e contengono una dimensione di fascinazione e di incanto che spiega appunto perché il linguaggio visivo sia più efficace di quello verbale.
Quindi, in virtù del nesso esistente tra immagini ed emozioni[2], credo fortemente nella qualità del setting che posso creare nel mio dungeon: in questo contesto anche immaginativo, io sono in grado di gestire le più svariate fantasie di sottomissione immaginate e concedo al cliente la possibilità di farne finalmente esperienza.
Inoltre, per il potere comunicativo ed evocativo delle immagini, credo sia necessario garantire a chi mi segue pagine social caratterizzate da fotografie di qualità, fotografie che rispecchiano la vocazione propriamente artistica di ogni performance che ambisca alla bellezza.
Desidero comunicare e suscitare emozioni anche attraverso le fotografie e voglio che la mia storia di Mistress sia anche una fotostoria nella quale l’immaginazione sostiene il gioco perché il gioco non è mai banale proprio perché si nutre di realtà e di significati



[1] Dal greco eikon, "immagine".
[2] Negli ultimi decenni si è sviluppata una psicoanalisi dell’arte il cui oggetto di studio è il rapporto tra le immagini e le emozioni o, altrimenti detto, la comunicazione emozionale delle immagini.

giovedì 21 maggio 2015

Sul dono



Sul dono (omaggio alla Mistress)


Molti slaves hanno dimostrato la loro adorazione nei miei confronti regalandomi oggetti di vario tipo: collant di qualità, calzature raffinate, manufatti relativi a pratiche BDSM, cene, bottiglie di vino pregiato, viaggi ed altro ancora.
Ho sempre apprezzato ogni tipo di regalo, indipendentemente dal suo valore economico, perché ogni regalo simboleggia il rapporto di fiducia che si crea tra la Mistress e lo slave ed è la prova tangibile di una devozione che necessita di riti e segni (non solo quelli che lascio sulla pelle dei miei dominati). Quindi, anche quello che può sembrare un semplice oggetto come potrebbe essere uno smalto per unghie non è mai banale, ma è sempre qualcosa che gradisco, perché in ogni singolo dono piccolo o grande che sia io riconosco quella sincerità e fedeltà che lega a me gli slaves e che rende significativa un’autentica relazione BDSM.
Quindi, in quanto Mistress gradisco qualsiasi dono che uno slave voglia portarmi, non soltanto per la specificità dell’oggetto di cui sono stata omaggiata e che potrei ricevere, ma anche per il principio sotteso all’atto del donare quale forma di devozione nei miei confronti e, in estrema sintesi, per l’idea strutturante il dono in sé.
Infatti, il dono è una pratica antica che riveste un significato antropologico di natura sociale, di potere e di sacralità[1]. Il dono costituisce un obbligo morale, segue determinate regole e possiede caratteristiche magiche[2] e religiose[3]; tutti fattori che alimentano e rafforzano un legame che si costruisce anche attorno agli oggetti, proprio perché il dono è un rito sociale che contiene aspetti affettivi, economici, simbolici e che rafforza un legame.
Quando uno slave mi regala qualcosa il suo dono è per me importante, perché esprime riconoscimento di me come padrona e trovo interessante l’affinità tra la dialettica del dono (che stabilisce una gerarchia tra chi dona-sottomesso e chi riceve-padrona) e la dialettica feudale tra i ruoli di signore e di vassallo, ruoli appunto fondati su una asimmetrica distribuzione del potere e del prestigio.
Il mio dangeoun è come una “signoria”: attraverso la mia facoltà di impartire ordini e di punirne le trasgressioni, io esercito il potere di obbligare e di legare a me, potere supremo che nel Medioevo apparteneva al re e al signore o dominus. E poiché storicamente non esiste rapporto di potere che non sia scandito da riti, cerimonie e simboli esteriori di sottomissione, ritengo che il dono costituisca il perfetto simbolo di omaggio proprio come nel sistema feudale.
In quanto Mistress io ricopro il ruolo di signora e concedo ai miei più devoti sottomessi il privilegio di diventare miei vassalli, ovvero esigo da parte loro un patto di sottomissione e fedeltà e poiché il patto di vassallaggio richiedeva una cerimonia di omaggio, ritengo appropriato aspettarmi dai miei vassalli doni volti ad onorare la mia posizione.
L’omaggio[4] era un atto formale di sottomissione tra due uomini liberi e richiedeva una cerimonia di investitura che si svolgeva in genere nel seguente modo: il sottomesso indossando particolari armature offriva doni al suo signore, recitava formule anche degradanti di dedizione e si inginocchiava. In ginocchio, poneva le mani giunte in quelle del suo signore, giurava fedeltà su reliquie e oggetti sacri e si diceva pronto a farsi condurre dal suo signore in cambio di protezione[5].
Il vassallaggio ha costituito uno dei legami sociali più forti del Medioevo ed è arrivato ad influenzare il culto cristiano: nel modo di pregare Dio per invocare la sua protezione si è diffusa la postura delle mani giunte.
Per tutte queste caratteristiche e per la serietà con la quale svolgo il mio ruolo di Mistress mi piace paragonare il rapporto di dominazione che conduco con i miei slaves ad un patto di vassallaggio nel quale i benefici che garantisco riguardano l’assoluta competenza e sicurezza delle mie prestazioni, la mia considerazione della persona che gioca con me e lo stile e la classe che sempre contraddistinguono le mie sessioni.
Inoltre, così come nel sistema feudale non tutti potevano diventare vassalli, bensì solo uomini liberi, analogamente, io non concedo a tutti il privilegio di legarsi a me in un patto di sottomissione, ma solo a persone che sappiano riconoscere le ricche sfaccettature di un’esperienza Bdsm e che sappiano rispettare le regole codificate del gioco, un gioco nel quale il valore dell’omaggio è sempre significativo a prescindere dalla consistenza del regalo.


[1] Marcel Mauss, Il Saggio sul dono
[2] Nelle tribù studiate dall’antropologia culturale gli oggetti possiedono una forza magica che le li lega indissolubilmente al donatore. Gli oggetti donati e ricevuti presentano caratteristiche magiche, simboliche, mitiche, religiose, immaginarie, che influenzano le relazioni.
[3] Secondo l’etimologia religione ha due significati originari: religare come unire insieme, creare legami tra uomini sotto le stesse divinità e relegere come avere cura, prestare attenzione scrupolosa.
[4] Homagium: homo e agere, dichiarazione di fedeltà da parte di un uomo al suo signore e pronto a farsi condurre da questo

[5] La cerimonia poteva prevedere anche il bacio sulla bocca col quale il vassallo diventava uomo di bocca e di mani del suo signore, ovvero la sua fedeltà era totale: si metteva a disposizione del signore e si impegnava a non offenderlo in nessun modo.

lunedì 20 aprile 2015

Ape Regina



Sul clinical come Ape Regina
Il clinical o medical, inteso quale insieme di pratiche Bdsm che comportano l’utilizzo di strumenti, metodi, ruoli e scenari di carattere medico e clinico è una sottocultura Bdsm che in Italia non si è mai veramente sviluppata.
L’ispezione intima, l’introduzione di un catetere, la somministrazione di un clistere, l’inserimento di aghi e tutto ciò che rientra nello spettro del clinical evidentemente attiene ad un immaginario che molte persone pur dichiarandosi amanti del clinical non sono pronte o disposte a sperimentare consapevolmente.
Ritengo queste persone turisti e non viaggiatori dell’universo culturale Bdsm, universo di cui il clinical rappresenta un mondo intrigante e altamente simbolico perché permette di rielaborare in modo erotico e ludico un rapporto socialmente codificato e rigidamente definito come è appunto il rapporto medico/paziente.
Proprio per il carico emotivo e fortemente somatico che lo caratterizza, il clinical prevede necessariamente un codice deontologico che tuttavia, ben pochi cultori sanno rispettare ed apprezzare. Infatti, nel gioco clinical si tratta in primo luogo di conoscere perfettamente l’anatomia, le pratiche e procedure da attuare, oltre che ovviamente di ricorrere a strumenti adatti e sterili, rispettando norme di igiene e sicurezza; in secondo luogo si tratta di possedere la consapevolezza di giocare in modo estremo con il corpo posto in una condizione di assoluta vulnerabilità. Non è dunque sufficiente, per esempio, sapere perforare con aghi i genitali o i capezzoli e conoscere quali parti sono maggiormente vascolarizzate e ricche di terminazioni nervose, bensì, è necessario non perdere mai di vista il significato e l’intensità emotiva che accompagnano tali pratiche.  
Comunque il clinical non si riduce ad un gioco di aghi ma comprende molte altre pratiche: cateterismo, dilatazioni anali e uretrali, clisteri…..
Se è vero che il corpo costituisce il teatro scenico in cui si giocano tutte le pratiche Bdsm, è altrettanto vero che nel clinical il corpo viene violato nel senso di penetrato al suo interno, bucando la pelle che ha il ruolo fisiologico di mediare tra l’organismo e l’ambiente esterno creando quindi un gioco estremo poiché abbatte fisicamente e psicologicamente la barriera difensiva di una persona introducendovi dolore.
Ma il clinical non è solo questo, è più ampiamente condivisione dell’intimità non solo fisica ma psichica: chi domina entra nel corpo del dominato, un corpo che si trova completamente esposto ad uno sguardo che insieme alla nudità cattura l’interiorità. Poiché noi siamo il nostro corpo,  la sua violazione equivale a catturare l’essenza del proprio io interiore. E’ come entrare in una casa ed essere ammessi alla stanza più protetta dove si custodiscono le cose di valore. In altri termini: il dominato consegna al dominante le chiavi del proprio essere e si fa accompagnare nei recessi di sé facendolo entrare dalla porta principale (il corpo).
Il clinical rievoca dunque l’esperienza di una rottura dell’integrità fisica e contemporaneamente, della sua ricomposizione e si tratta di un’esperienza intensa. Per tale ragione, se tutte le pratiche Bdsm richiedono fiducia tra dominante e dominato, il clinical la richiede ai massimi livelli.
Come esperta dominatrice ho sempre amato il clinical per vari motivi: in virtù del totale controllo e senso di controllo che vi posso esercitare, perché padroneggio le regole del gioco, perché sono in grado di gestire lo stato mentale che induce nei sottomessi il camice bianco e di guidare il loro desiderio di affidare completamente il loro corpo a me, indifesi, umiliati, completamente esposti con la loro nudità.
Tuttavia, proprio perché sono un’esperta e seria dominatrice, devo constatare la quasi impossibilità di giocare al clinical in modo soddisfacente e sicuro. In particolare, la mia preparazione tecnica, medica e psicologica rischia di essere sminuita da chi al clinical si avvicina in maniera superficiale non riconoscendone la necessaria complessità e gli elevati livelli di sicurezza e igiene richiesti. Senza contare coloro che si avvicinano a tali pratiche senza la necessaria lucidità e la benché minima informazione.
Inoltre, competenza e preparazione esigono un riconoscimento anche economico che molti cosiddetti amanti del clinical non sono disposti ad onorare banalizzando le prestazioni richieste e l’idea stessa del gioco medico, un gioco nel quale – se ben condotto come lo conduco io – si vive l’intensità della relazione di cura che dovrebbe caratterizzare il rapporto medico/paziente e quindi un gioco che non può essere improvvisato.
La cura stessa degli strumenti medici, il costante rifornimento di materiali garantiti ( e non scaduti), le procedure di sterilizzazione costituiscono un impegno che oggi appare francamente sovrastimato rispetto alla reale utenza del clinical.
Per tali ragioni posso dire che il clinical è ufficialmente malato e, constatato che la mia offerta di cura basata su servizi di qualità non incontra più da tempo ormai una domanda adeguata, ho deciso di chiudere l’ambulatorio clinical approntato nel mio dungeon per dedicarmi ad altre pratiche.
Decidendo di chiudere il mio ambulatorio clinical o stanza bianca, mi sento un po’ come un’ape regina, altera e regale che, passeggiando per l’alveare, è costretta ad abbandonare un’arnia nella quale non si riconosce più e che non avrà più modo di assaggiare i suoi preziosi pungiglioni[1].
Il paragone con l’ape regina mi sembra pertinente in ambito clinical, innanzitutto perché io sono una regina del Bdsm, poi perché è nota l’azione curativa/medica dei prodotti raccolti, trasformati e secreti dalle api, quali: polline, propoli, miele, pappa reale e veleno (apiterapia), così come è noto che per poter beneficiare del veleno dell’ape, questa debba pungere, ed ecco un’associazione anche visiva con le pratiche clinical. Inoltre, in molti popoli dell’antichità l’ape era simbolo regale e le si attribuivano poteri misteriosi, poteri dunque sovrannaturali, come i poteri riconosciuti a re taumaturghi (capaci di compiere prodigi e miracoli)[2] ed a sciamani e stregoni guaritori, le cui conoscenze mediche erano ritenute sacre[3].
L’ape dunque è un simbolo denso di significati[4] e in tale affascinante e regale simbolismo io sono naturalmente l’ape regina: dea e padrona dell’alveare che governo attraverso l’imposizione di una rigida gerarchia e attraverso rituali e giochi di ruolo (non dimentichiamoci i giochi con la cera e le proprietà delle candele con cera d’api). E proprio come un’ape regina – che in genere non lascia mai il suo alveare se non per un volo d’amore – chiudo la cella del clinical proprio perché amo la mia professione di Mistress e non tollero cadute di stile.


[1] Nel mondo cristiano l’ape era spesso un simbolo di Cristo: con il miele e il pungiglione rappresentava misericordia e giustizia.
[2] I re di Francia nel Medioevo erano considerati taumaturghi e forse non è casuale che alcune dinastie regnanti avessero il simbolo dell’ape come simbolo sacro.
[3] Nell’antichità esisteva un nesso inestricabile tra religione e medicina, tra intervento divino e guarigione, tra esercizio della medicina e del sacerdozio anche come conseguenza di una cultura che associava l’idea di salute alla credenza di un premio divino e, viceversa, l’idea di malattia alla credenza di una punizione e un’impurità da espiare.
[4] I Celti le consideravano Messaggere degli Dei, portatrici della conoscenza dell’Altromondo, ciò faceva del miele un alimento sacro e pregiato, ingrediente fondamentale delle bevande rituali come l’idromele. Fra i geroglifici con i quali gli antichi Egiziani si riferivano al faraone, figurava l’ape, come archetipo di una società gerarchizzata e anche per la sua capacità di trasformare il nettare in miele, alimento ritenuto divino, garantendo al tempo stesso la riproduzione dei fiori. Poiché il geroglifico relativo al fiore significava esistere, ne consegue che il faraone-ape rendeva possibile l’esistenza del suo popolo.